A proposito di Louie

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You’re gonna cry, you’re gonna die

di Filippo Losito

Un uomo di mezza età, in sovrappeso, emerge dalla fermata di Washington Square. Saltella un po’ goffo sui gradoni della metro. Stacco. L’uomo cammina lungo un marciapiede del Greenwich Village. Auto e taxi sfilano sulla strada. L’uomo si guarda intorno, preso da altri pensieri. Stacco. L’uomo entra da Gino’s Pizza. Fruga nelle tasche in cerca di qualche moneta. Addenta la pizza in piedi, davanti alla porta aperta del locale, lanciando un’occhiata ai passanti. Affrettandosi, getta nella spazzatura il resto della pizza. Si pulisce la bocca con il dorso della mano. Stacco. L’uomo è di nuovo per strada, si avvicina all’ingresso di un locale. Stringe la mano (la stessa della pizza) al buttafuori e scende le scale del Comedy Cellar.

Queste scene compongono la sigla di Louie, la serie che ha reso celebre Louis C.K., garantendogli successo di critica e pubblico. Louis C.K. mette in scena sé stesso, un comico — per la precisione uno stand-up comedian — , padre divorziato con due figlie, tormentato da un disagio esistenziale, alla continua ricerca di un senso nei fatti che gli accadono intorno. Louie ripercorre le orme di Seinfeld, sitcom che trattava le idiosincrasie di un comico, Jerry Seinfeld, ed esplorava le disfunzionali relazioni nella New York degli anni ’90, per fare un passo oltre, lo stesso passo che il genere comedy è stato chiamato a fare nella serialità contemporanea: se è vero, come diceva Lenny Bruce, che il comico è tragedy plus time, Louie attinge a mani basse al serbatoio della tragedia, al drama che da pretesto diventa testo (e dunque esito estetico). Con la chiusura di puntata si possono risolvere sì le linee narrative, ma non i conflitti, perché nella vita (e dunque anche nella finzione che la rappresenta) il male esiste. Louie parla di suicidio, dell’incapacità di essere genitori, di emarginazione, di discriminazione razziale. Ha un tono amaro e un umorismo esistenzialista, cui fa da contrappuntato il be-bop di sottofondo. L’arena è la città di New York, grande contenitore (e cassa di risonanza) del malessere, territorio delle incertezze dell’uomo contemporaneo. Ecco spiegato il comedy-drama, che tanto sfugge alle definizioni.

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Categorie: Riflessioni

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