Il filosofo del noir, F. Losito intervista M. Tallone

MASSIMO TALLONE, FILOSOFO DEL NOIR
Intervista a Massimo Tallone a poche settimane dall’uscita del nuovo libro di Lola. Un’ottima occasione per parlare di romanzo, creazione letteraria e filosofia con un maestro del noir.
Di Filippo Losito.
Caro Massimo, siamo arrivati alla sesta avventura di Lola e al sesto sodalizio artistico con Biagio Carillo. Cominciamo dal titolo e dalle novità che presenta il prossimo romanzo.
Il sesto romanzo di Lola s’intitolerà «Le api dei Cappuccini» e ha due colpi di scena importanti, sia rispetto alla tradizione dei cinque romanzi precedenti, sia per la natura del romanzo in sé. Il primo potente colpo di scena è analogo ad alcune trovate di Conan Doyle per Shelock Holmes, e mi riferisco a un’improvvisa svolta nella gestione del personaggio, così inaspettata da far sobbalzare il lettore fin dalla prima pagina.
Il crime ha trovato nella serialità televisiva una collocazione ideale. La ripetizione tipica del seriale ha rinnovato i meccanismi del genere, consentendo un’esplorazione più ampia dei personaggi. C’è una grande differenza, per intenderci, tra La signora in giallo e The Night Of, dove oggetto del racconto non è tanto il crimine con la soluzione del caso, quanto l’evoluzione psicologica dei personaggi. Alla luce di ciò, come hai lavorato il personaggio di Lola?
Lola è stata concepita come un personaggio evolutivo: nel primo romanzo è una delinquente a tutti gli effetti – vuole fare soldi nell’illegalità e mette su una banda –, nel secondo decide di passare alla legalità, in un movimento che si compirà pienamente nel terzo libro. In questo movimento ascensionale c’è un’ispirazione dantesca ritmata in tre libri. Nel quarto romanzo Lola è braccata e deve dimostrare la propria innocenza, diventa la detective di sé stessa. Nel quinto, «La casa della mano bianca», viene chiamata a risolvere un caso: è una detective riconosciuta. Nel sesto romanzo, come ho detto, due colpi di scena scardineranno nuovamente la prospettiva di tranquillità a cui Lola sembra essere approdata.
Rispetto a questi modelli di cambiamento e, per usare un’espressione di Vonnegut, «curve di fortuna» del personaggio, quali sono i modelli letterari e cinematografici a cui ti sei ispirato?
I modelli ci sono senza dubbio, ma nel mio caso sono più che altro depositati nell’inconscio. Nella costruzione di un personaggio procedo come nella vita: mi incuriosisco in maniera oscena alla vita privata ed emotiva dell’altro. La figura di Lola è sempre viva in me e produce risposte emotive e comportamentali autonome. È come se fosse lei a costruire sé stessa nella stesura del testo narrativo. Lola si autodefinisce sulla base delle proprie azioni fin dalle prime pagine, proprio come noi esseri umani siamo il risultato di ciò che facciamo e diciamo, insieme di ciò che di traumatico ci portiamo dentro fin dall’infanzia. Siamo timidi o spavaldi sulla base degli stimoli e delle strutture ricevuti. Non è una predeterminazione, quanto un condizionamento ambientale.
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