Di Daniela Mangini.
Vatti a fidare delle illusioni! Ma credere è così semplice. Credere che il mondo sia proprio come ce lo siamo sempre immaginati, con i soldi che crescono sugli alberi e i talenti che emergono senza sforzo alcuno. Se ce l’hanno raccontata, perché mai non dovrebbe essere vero? Perché, ammettiamolo, sarebbe scomodo credere il contrario, faticoso fare i conti con la realtà ed è così che diamo corda ai gatti e alle volpi (senza sospettare come quella corda finiranno per usarla). Seguendo voci ed echi imbocchiamo i sentieri dei castelli in aria, varchiamo soglie verso territori che ci possono portare in luoghi oscuri, scivolando in situazioni che potrebbero essere senza ritorno. Sospendiamo l’incredulità e rimaniamo appesi in bilico tra il fantastico e il reale, tra il conosciuto e l’ignoto, tra principio di piacere e il principio di realtà. Ma la morte di un burattino appeso a un albero (una quercia, l’albero di Zeus) è solo apparente, ed è invece l’inizio di una rinascita, dell’arrampicarsi delle emozioni da pulsioni inferiori a sentimenti superiori.
Nella Divina Commedia il gioco di destrezza che fa passare dagli Inferi delle pulsioni allo spazio sospeso del Purgatorio è un’inversione in cui Dante, aggrappato al corpo di Lucifero, cambia posizione trasformando la discesa in salita. Anche Dante rimane appeso, ma a testa in giù, un po’ come le figure che illustrano l’arcano XII dei Tarocchi, l’appeso. Essere appesi a testa in giù è un atto trasformativo, il supplizio di vedere ribaltate le proprie credenze, per svuotare le tasche dei vecchi valori (i soldi che per alcuni cadono dagli abiti della figura a testa in giù) che poi sono i rappresentanti di vecchie volontà. C’è qualcosa di sacro in questo silenzio imposto, in questa violenta frenata della vitalità, che se non messa alle corde perde a volte il senso del suo destino e la sua destinazione, diventando azione vuota. Se a Pinocchio viene strozzato il fiume in piena della sua energia ancora grezza (ancora orfana del calore di una fata/anima) in altri miti il rimanere sospesi in balia delle forze naturali è un passaggio tanto crudele quanto necessario. Come ogni “sacrificio” rende un po’ più sacri, con nuova consapevolezza per sé a vantaggio anche degli altri. Odino si espone per nove notti appeso a un frassino pur di far scivolare su di sé la vera conoscenza (i talenti divinatori delle Rune), mentre la dea mesopotamica Inanna, di cui racconta Roberto Calasso nella Tavoletta dei destini, si denuda pur di raggiungere la sorella oscura che la fa appendere ai cancelli del suo mondo. L’inferno è l’attesa, quell’essere appesi senza radici e senza sogni, in balia di una decisione altrui o del destino. Quell’inferno pare però essere il necessario passaggio per ampliare gli orizzonti.
A volte l’appeso è raffigurato come un pipistrello, animale stregonesco e un po’ diabolico che ribalta l’ordine delle cose. Ribaltiamo allora anche questo discorso così divino e profaniamo i sapienziari, camminando sulla corda tra universale e pratico. Nel libro Pensa da Zebra, scritto dalle business coach Bella Bleicher e Sari Barel per iniziare alla creatività, è il pipistrello a insegnare a pensare sottosopra. Sospendiamo allora il giudizio, perché a forza di usarlo ci vestiamo di credenze e ci dimentichiamo di esporci all’invisibile. Quel che conta è tenere ben nascosti i talenti ai gatti e alle volpi, non finire distrattamente con un un cappio al collo o al piede per mano altrui, ma fare di questa posizione un’opera d’arte.
Buttiamoci in gesti funambolici in cui roteare la nostra realtà e divertire chi abbiamo intorno, con padronanza, disciplina, entusiasmo e perseveranza. Anche un po’ di pensiero magico che ci dia fiducia nel dialogo tra la forza di gravità e la forza della fantasia. Così le illusioni cadono e le speranze restano.
