Lettera di Pinocchio a maestri che non sanno ascoltare.
Di Camilla Sguazzotti.
Cari maestri, care maestre,
vi scrive un burattino in legno e pensiero di nome Pinocchio.
Ma non sarà tanto questo a stupirvi quanto il fatto che a scuola non mi avete mai veduto. A mancarmi non sono state la volontà o l’impegno, da parte del mio babbo Geppetto, a sacrificarsi per darmi il necessario, è stato un problema di predisposizione.
Dovete sapere che Geppetto non è proprio il mio babbo come lo insegnate a scuola, è più un burattinaio con un sol burattino, un uomo buono ma senza una lira che aveva pensato di costruirsi una marionetta per portarla al giro a fare spettacoli e sbarcare il lunario. Ecco però che s’è trovato tra le mani me: un ciocco di legno che parla e ragiona.
Allora lui c’ha provato a farmi da padre, ma gli è riuscito solo di diventarne una parvenza. A parole mi ama, a fatti resta -letteralmente- in maniche di camicia per me, ma quando si tratta di insegnarmi a stare al mondo non vuole sentire ragione: si deve fare come s’è sempre fatto, andare a scuola, diventare bravi ragazzi…tutte cose che a me non piacciono affatto, e scalpito, scalcio e scappo.
E lui dietro a dirmi che non lo ascolto: ma come fo’, che nemmeno m’ha fatto le orecchie! Eh si, perché il bravo intagliatore s’è scordato di cavarmele fuori dal legno lasciandomi monco d’un pezzo importante.
Così io sento quel che mi dicono, ma non ascolto mai davvero. E son così dacché son venuto al mondo: i rimproveri e le regole mi rimbalzano addosso, faccio quello che mi passa per il capo di fare e se qualcosa non mi va a genio, salto su e me ne vado.
Secondo voi, gentili maestri, perché ho venduto l’Abbecedario nuovo per andare a vedere il Teatro dei Burattini? Ma perché la scuola mi pareva una cosa che si poteva fare dopo, e io a quel povero del grillo parlante non ho proprio prestato ascolto perché non so come si fa, ad ascoltare i consigli! Lui mi aveva messo in guardia, mi aveva detto che se non fossi andato a scuola sarei diventato un «bellissimo somaro» (che poi è capitato per davvero!), ma io non gli ho punto creduto, perché mi pareva tutta una bugia detta per darmi fastidio.
Dovete sapere che io son nato in mezzo alle bugie e alle cose vere per metà: tanto per cominciare, mi muovo, parlo e penso ma non sono un bambino; in second’ordine, quando ho aperto gli occhi, mi son trovato davanti un bel fuoco scoppiettante…fatto di mattoni! E per colpa di quella pentola di fagioli pitturata sul muro tra un po’ morivo di fame e sono dovuto andare a chiedere la carità in un paese vicino. Come se le favole che mi vedevo attorno dall’inizio non fossero già abbastanza, mi son ritrovato anche vestito di frottole: la giacchetta per andare a scuola? Di carta, fiorita, come fossi un fondo di cassapanca! Il berretto? Di mollica, buono per esser mangiato dai tordi.
Cari maestri, ma come potete pensare che uno come me, uno con un padre così poco attento a tener le orecchie dritte alle esigenze degli altri che si è dimenticato di farle al figliuol suo, io, che son di natura buona, ma buona a divertirmi, come pensate che io possa dar ascolto a chi mi consiglia di andare a scuola e far fatica? Io non lo so proprio fare, di ascoltare e ubbidire; io, che non ho orecchie e vivo in un mondo di cartapesta, sono solo capace di non pensare alla miseria mia e del mio babbo, di avere sempre un passatempo che mi faccia ridere e denari facili per mettere sotto i denti qualcosa.
Non è colpa vostra se non mi viene la voglia di venire a scuola, ma nemmeno del mio babbo o tanto meno mia! Lui non può far altro che dirmi di fare come s’è sempre fatto con i ragazzi; come me, non ha la natura giusta per ascoltarmi davvero. Voi, egregi maestri, fate quello che vi han detto di fare con noialtri studenti, e tante volte ci siete vicini con gli anni ma lontani con la testa, perché dietro alla cattedra l’italiano, la storia, la matematica si pensano in un modo diverso da come le pensa chi sta dietro al banco.
Allora, gentili maestri, perché non ci chiedete un po’ come le vediamo noi, queste materie che ci volete far imparare a suon di bacchettate e poesie a memoria?
Scoprirete che siamo così impegnati ad imparare le date delle guerre, i nomi degli scrittori e le forme della geometria che non sappiamo nemmeno più dirvi che cosa ci piace davvero.
Io vi chiedo dunque, voi maestri che avete avuto la fortuna di nascere con le orecchie e non ve le siete dovute guadagnare, di darci un po’ di tregua da tutti quei comandi e quelle parole, e di insegnarci ad ascoltare la vocina che abbiamo nella testa, quella che ci dice chi siamo e cosa ci piace.
Se lo capiamo, forse, anche venire a scuola, ci piacerà.
Rispettabili saluti,
Pinocchio.
