La morte proibita

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Di Federico Sirini. 

Portalo via… mi fa pena… e anche tu”, dice Ivan Il’ič rivolto alla moglie, indicando con lo sguardo il figlio. Lo dice con le ultime forze che possiede, quasi a proteggere il bambino da quello spettacolo orribile che è la sua fine imminente.

È il tabù della morte. La morte oscura, tremenda e inaccettabile. La morte che è al tempo stesso la nostra prima curiosità, è segreta e misteriosa e ci affascina, generando in noi, sin da bambini, le fantasie più disparate.

Siamo in grado di accettarla solamente sotto forma di gioco, o come fatto di cronaca che ci sconcerta e indegna, ma che resta pur sempre a debita distanza.

Secondo la felice interpretazione data da Philippe Ariès, l’epoca in cui viviamo è quella della “morte proibita”. Viviamo la morte come qualcosa di estraneo, che ha perso la sua potenza drammatica e che è divenuta addirittura oggetto di vergogna e divieto. Seppur rimasti intatti, i rituali che ruotano intorno alla morte si sono avvizziti e hanno lasciato spazio ad azioni prive di qualunque forza, azioni rapide e silenziose che intendono ridurre al minimo le possibilità di contatto con il defunto e che cercano di evitare che ci si accorga che la morte è passata.

Non si muore più in casa, tra i famigliari, ma in ospedale, luogo in cui si ricevono le cure e si svolge l’atto ultimo. L’unica e grande morte del passato si è frazionata in tante piccole tappe che hanno il compito di accelerare il processo di accompagnamento alla morte e, soprattutto, di renderlo invisibile perché ormai indecente e privo di significato.

Il dolore è vergogna ed è ancor più deplorevole la sua manifestazione pubblica, è permesso lasciarsi andare al dolore solamente in privato, per non tormentare i famigliari, i vicini, la società e non turbare un’esistenza ideale in cui la felicità deve signoreggiare incontrastata.

Lev Tolstoj  si fa anticipatore di un sentimento contemporaneo quando descrive i tormenti di Ivan Il’ič sul letto di morte,  o per meglio dire sul divano.

Ivan Il’ič è tormentato, ancor più che dal dolore fisico, sul piano morale, dalle menzogne dei parenti che, con estrema prudenza e quasi colti da disgusto, gli fanno visita. “La menzogna […] che lui fosse soltanto malato, non già sulla via di morire. […] era stato a un pelo dal gridare: smettetela di mentire, voi sapete benissimo, come lo so io, che sto per morire.”.

Questo atteggiamento mendace lo spinge a una lenta comprensione di quello che è il suo stato di moribondo e lo porta a percepire la morte e a prendere coscienza del momento. Ma è proprio nella coscienza di essere giunto al termine della propria vita che Ivan Il’ič trova la pace e la liberazione dai tormenti: “ E all’improvviso ciò che lo tormentava e che non tornava – tutto all’improvviso cominciò a tornare […] E la morte? Dov’è? Cercò la solita paura della morte e non la trovò.”.

La morte è certezza, esiste finché siamo in vita e della vita è parte.  “Finita la morte”, disse Ivan, “non c’è più, la morte” e trasse il fiato.

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