SOUL (Pixar)
La scintilla dell’anima, da Platone a Jung
di Filippo Losito
Soul è la storia di due anime in viaggio: una costretta a lasciare la vita proprio nel giorno della grande occasione, l’altra, anima bambina, che non si è mai sentita pronta per l’incarnazione, volta a scoprire la meraviglia dell’esistenza terrena.
Joe Gardner è un professore di musica delle medie che aspira a diventare un musicista, ma non hai mai avuto il coraggio di liberare il proprio talento. Il jazz di Joe è soul, la musica dell’anima, quell’anima che abbandona il suo corpo il giorno stesso in cui ha la possibilità di suonare con Dorothea Williams, una leggenda del jazz. In preda all’euforia Joe cade in un tombino e finisce in coma, perde conoscenza e si ritrova quasi nell’altro mondo (the great beyond), ma riesce a scamparla e viene catapultato nell’ante-mondo (the great before), di recente ribrandizzato “io-seminario” (you-seminar).
La morte è l’incidente scatenante della storia, che traghetta lo spettatore nei regni dell’aldilà.
La narrazione a questo punto si svolge su due piani, in analogia con quanto accaduto in Inside Out, opera Pixar dello stesso Pete Docter, già ideatore di una serie di capolavori come Toy Story, Wall-E, Up. In Inside Out la regia delle azioni dei personaggi è affidata al centro emotivo e l’accettazione della tristezza è la chiave per la crescita della protagonista, Riley Andersen. La storia poggiava su una base scientifica affidata alla consulenza di Paul Ekman, pioniere nel descrivere la base universale delle emozioni e la loro attivazione automatica, refrattaria al controllo cosciente.
Soul si sposta sul piano metafisico, ponendosi una grande sfida: rappresentare i regni dell’ultraterreno attraverso l’esperienza di premorte vissuta dal protagonista. Mentre il corpo vegeta in coma, l’anima di Joe Gardner viene condotta verso la luce da un nastro, che sospinge le anime verso l’abbraccio con l’eterno. Joe Gardner prova a ribellarsi alla corrente e riesce a forzare una membrana spazio-temporale, ricadendo nel ante-mondo, il luogo in cui le anime giovani vengono addestrate alla vita e formano la propria personalità. Qui Joe conosce 22, un’anima ribelle, che non è mai riuscita a individuare la scintilla per reincarnarsi, nonostante il menthoring di anime illustri, quali Abramo Lincoln, Aristotele, Jung, Madre Teresa, a cui ha fatto scoppiare la testa con la sua riottosità.
Da una parte un’anima che non vuole morire, perché pensa di avere trovato la propria scintilla.
Dall’altra, un’anima che non vuole nascere, perché non riesce a trovare la propria scintilla.
In Soul l’aldilà è rappresentato in tre aree.
L’oltre-mondo è raffigurato dalla luce eterna verso cui sono proiettate le anime dei morti.
L’ante-mondo è la palestra delle anime giovani, in attesa di incarnarsi, aiutate dai Jerry, incarnazioni del campo quantico unificato, guardiani-consulenti dall’aspetto minimale e picassiano, un po’ Linea un po’ icona iOS.
La zona mistica è un ponte tra l’aldilà e la vita terrena, in cui vagano le anime perdute, che hanno perso il contatto con la propria scintilla divina. Qui i Mistici Senza Frontiere, che nel mondo reale suonano i bonghi o roteano cartelli, a bordo di un veliero psichedelico si separano dal proprio corpo per entrare in contatto con le anime perse, rabbiose, scontente e isolate.
Anime nate, che hanno perso la scintilla vitale nel corso della vita.
Soul, di fatto, è una trattazione del percorso dell’anima e postula l’esistenza di un legame tra il mondo terreno e l’aldilà. Per Thomas Merton “l’anima è ciò che tiene insieme la sostanza, è la perla dura nell’incavo di una conchiglia”. Il concetto di “anima” rappresentava fin dalla Grecia antica il soffio vitale, sfera delle attività spirituali e territorio della psiche. La distinzione tra anima e corpo si afferma nei culti orfici, in Platone e si radicalizza in Cartesio. È Jung ad attribuire all’anima i caratteri del femminile, che si manifesta nella sua forma mitica nei sogni, attraverso le strutture degli archetipi. In continuità con questo principio, il suo allievo, James Hillmann, arriva ad affermare che “l’anima diviene psiche attraverso l’amore e che l’eros ingenera la psiche, perché nulla si può creare sena amore”.
La scintilla (spark), che in Soul rappresenta l’elemento necessario per l’incarnazione, è insieme desiderio erotico, passione, amore, in senso esteso, per la vita.
Se provassimo a svincolare questa rappresentazione dalla storia di Soul risulterebbe dogmatica o esoterica. Perché invece, entro i confini della narrazione, siamo portati ad accettarne i costrutti?
Abbandonarsi a una storia significa sospendere l’incredulità e affidarci al narratore, colui che etimologicamente è gnarus, cioè, sa.
Come afferma Stefano Calabrese in Neuronarrazioni: “l’immersione narrativa risulta possibile solo attraverso una sospensione dell’incredulità fin dove possibile, automatica e priva di sforzi”. Il mondo raccontato si apre intorno al lettore o allo spettatore – nel c’era una volta ipnotico, nei titoli di testa, nella colonna sonora iniziale che traghetta nella bolla narrativa –, isolandolo dal contesto, ma al tempo stesso creando una relazione intima in cui riportare a sé quanto accade nel mondo di finzione: “produrre rappresentazioni, comprenderle in quanto rappresentazioni e allo stesso tempo rimanere vigili nel distinguere finzione e realtà, simulazione e autenticità è qualcosa che impariamo a fare essenzialmente solo attraverso lo storytelling passivo o attivo”.
Nella rappresentazione è l’elemento emotivo, attraverso l’identificazione con i personaggi, ad aprire nuove tracce e favorire un’adesione esperienziale – e non solo intellettuale-cognitiva – ai fatti narrati. Il mondo rappresentato fa breccia nell’impianto critico dello spettatore, smuove le resistenze, riattiva il vissuto.
È credibile, allora, nella sostanza questa rappresentazione dell’aldilà?
In Ricordi, sogni e riflessioni, Jung, dopo un incidente, una frattura e un infarto, che lo avevano portato in coma, racconta così l’esperienza di pre-morte: “Quel che viene dopo la morte è qualcosa di uno splendore talmente indicibile, che la nostra immaginazione e la nostra sensibilità non potrebbero concepire nemmeno approssimativamente… La dissoluzione della nostra forma temporanea nell’eternità non comporta una perdita di significato: piuttosto, ci sentiremo tutti membri di un unico corpo”.
In Soul attraverso la caduta nel tombino di Joe Gardner si concretizza uno swap di anime: l’anima di 22 (il numero della pienezza, dei tarocchi e di molte strutture narrative) finisce nel corpo di Joe Gardner e l’anima di Joe in quella di un gatto. Joe ha la possibilità di osservare sé stesso e la percezione che gli altri hanno di lui, mentre cerca disperatamente di non perdere l’occasione di una vita, quel concerto, che rappresenta lo scopo a cui crede di essere destinato.
Soul ci pone un interrogativo: lo scopo che ci prefiggiamo nella vita corrisponde davvero alla nostra scintilla vitale?
Quante volte ci chiediamo: se solo ottenessi… quella promozione, quella casa, quell’auto.
Il nuovo Joe Gardner, guidato da un’anima giovane, mostra la rincorsa perenne verso un obiettivo che pare irraggiungibile, ma una volta raggiunto rivela la propria inconsistenza. Come da prassi narrativa, il protagonista scopre il proprio need, il bisogno profondo, la rivoluzione latente, rincorrendo il desire, il desiderio di superficie, che mette in moto la storia. E le storie si costruiscono sui bisogni dei personaggi, non sui desideri.
Ogni obiettivo rischia per sua natura una restrizione. Nella comunicazione, per esempio, quando si individua un target se ne escludono molti altri. Così, nella vita, la fissazione su un obiettivo, spesso imposta da circostanze esterne, inclinazioni ereditate, pressioni sociali, aspettative costruite, preclude l’accesso ad altre possibilità. Un mondo di numeri uno, di centratori di obiettivi sarebbe impossibile, omologante e sterile.
La nascita è essa stessa un momento di contrazione.
Nella battuta “i sogni non li mangi a colazione” il film rivela il controtema, l’incarnazione della paura. Riducendo ai minimi termini: senza cibo si muore. La paura di morire blocca il flusso vitale. La scintilla di Joe Gardner si trova quindi soffocata tra la possibilità di un lavoro fisso come insegnante e le aspettative di una madre che ha castrato il suo sogno. È grazie all’incontro con la morte che Joe comprende di non avere mai davvero vissuto e morire senza avere inseguito il proprio sogno significa avere vissuto una vita inutile. 22 è il vero mentore che parla per Joe, aiutandolo a dire alla madre ciò che pensa davvero e incoraggiandolo a tirare fuori la grinta necessaria per stare su un palco da protagonista. Esibirsi significa, in fondo, mostrare la parte speciale di sé, rintracciando la propria scintilla. Il “Cantami, o diva” di Omero non è una connessione con un sapere informativo e l’ispirazione è una condizione da ricercare.
La scintilla è vita svincolata dalla realizzazione, privata dell’obiettivo, e si manifesta nella meraviglia per la bontà di un pezzo di pizza, nella magia del roteare di un seme di acero in autunno, nell’estasi prodotta da un assolo di jazz.
L’abbraccio l’anima di 22 ha animato la vita di Joe Gardner. Ecco allora che il jazz, un palco ambito e l’affermazione con i migliori possono diventare accessori, accanto alle numerose opportunità di stupore che la vita ci offre: le onde che bagnano i piedi, la mano di una madre che accarezza il bambino durante il bagnetto, l’aria estiva che accarezza la pelle in bici, lo scoppiettare scenografico dei fuochi d’artificio, una melodia al piano accanto a un padre invecchiato.
La capacità di stupirsi è un gesto attivo. Occorre indossare occhi nuovi e fare un respiro a pieni polmoni per contenere quanta più meraviglia possibile.
Filippo Losito, 30 dicembre 2020
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