Di Camilla Sguazzotti, insegnante e scrittrice. 

Breve passeggiata nel sottogenere che dà a Pinocchio la possibilità di diventare chiunque. La prova dell’inesauribile potenziale narrativo di un personaggio che, in fondo, ci rappresenta un po’ tutti.

Quando nel 1882 Pinocchio sconta le sue monellerie restando appeso ad un ramo, i lettori del Giornale per i bambini insorgono sommergendo di lettere la redazione. Il direttore e fondatore Ferdinando Martini rassicura gli affezionati; Pinocchio tornerà: «Il signor Carlo Collodi mi scrive che il suo amico Pinocchio è sempre vivo e che sul suo conto potrà raccontarvene ancora delle belle».

Stella fissa della letteratura per l’infanzia dalla sua pubblicazione alle scuole d’oggi, Le avventure di Pinocchio non potevano restare nei confini del romanzo: il potenziale narrativo del protagonista e delle vicende esonda i margini del libro e si plasma in forme parallele e collaterali che invadono la narrativa per bambini a cavallo tra due secoli.

Sono numerosi i riadattamenti, le traduzioni, le riscritture…ma a destare una certa curiosità sono le “Pinocchiate”, libretti nati dall’immaginazione di vari autori che danno vita a un vero sottogenere esemplificativo dell’ultima riuscita propaggine della novella ottocentesca e della prima avvisaglia del successo novecentesco della forma racconto.

In questi opuscoli, il burattino amato dai bambini di tutt’Italia migra fuori dall’opera per diventare protagonista di nuove avventure spesso affiancato da personaggi inediti: fratelli, cugini, figli e, addirittura, una bambola della quale Pinocchio anela la mano in La promessa sposa di Pinocchio del 1939 (ed. Marzocco); un titolo che, non a caso, fonda i due prodotti d’eccellenza della produzione romanzesca italiana ottocentesca. In quella che Paolo Lorenzini, il nipote di Carlo Collodi, descrive come la vera continuazione della storia secondo la volontà dello zio, l’autore Ugo Scotti Berni crea una crasi tra I promessi sposi e Le avventure di Pinocchio dando vita ad una sorta di epilogo in cui le caratteristiche della narrazione e dei personaggi si intrecciano e contaminano (Pinocchio e la futura sposa vengono, ad esempio, osteggiati da uomini in abiti neri che ricordano tanto i bravi che minacciano Don Abbondio quanto i conigli neri che scortano la bara destinata a Pinocchio renitente alle cure della Fata Turchina nel cap. XVII).

Queste forme contingenti di narrazione rientrano nella frantumazione dell’immaginario originato dal mondo di Pinocchio seguito alla pubblicazione in volume del 1893 e causato dal sempre crescente successo di pubblico: il burattino discolo protagonista di un percorso periglioso di formazione e trasformazione subisce, dal punto di vista editoriale e culturale, un parallelo processo di iconicizzazione che rende quanto mai economicamente redditizi gli artefatti a esso collegati.

Ecco che le “Pinocchiate” diventano un eccellente strumento di profitto ma solo sul breve periodo: sono infatti testi di pronto consumo, spesso legati al contesto storico, culturale e sociale, con modalità che rendono meno efficace una fruizione cronologicamente molto successiva; assumono quindi la forma di “fossili letterari”, cimeli che testimoniano le tendenze e le correnti di un’epoca passata.

Si presentano come una sorta di spin-off ante litteram nei quali Pinocchio subisce però un processo di transcontestualizazzione, ovvero una citazione, una ripresa, che comporta sempre uno scarto rispetto all’originale (definizione mutuata da Linda Hutcheon). Questo perché ogni trasposizione nasce sempre in relazione ad un contesto (storico, sociale, culturale, geografico), alle sue specificità ed esigenze; ecco allora che alcune caratteristiche del Pinocchio originario funzionali allo scopo didattico-morale di Collodi vengono depotenziate a favore di un potenziamento di tratti marginali.

La struttura meccanica connaturata allo status di burattino lo rende adatto a diventare protagonista di avventure quali Pinocchio in automobile o Pinocchio in dirigibile, mentre la curiosità e il desiderio di evasione vengono amplificati fino a fare del viaggio in luoghi esotici e dell’incontro con popolazioni indigene il focus di racconti come Pinocchio in Africa; a questi si affianca la fuga verso spazi quasi immaginifici come la luna (Pinocchio sulla luna) o, in una contaminazione tra opere letterarie, i regni dell’oltretomba, a cui appartiene il trittico di Bettino D’Aloja nel quale il burattino affianca Dante nel viaggio ultraterreno. In queste narrazioni Pinocchio si presenta come personaggio isolato rispetto all’opera fonte, estrapolato dal suo contesto originario, plasmato e modificato per rispondere alle esigenze del racconto o, come accade per le cosiddette “Pinocchiate fasciste”, per divenire strumento di propaganda.

In un’ottica puramente narrativa che esonera da dinamiche commerciali e politiche, il personaggio di legno liberato dallo spazio finito dell’opera collodiana può riappropriarsi di tutti i “sé” a cui può aspirare. La moltiplicazione di “Pinocchi” può avere effetto liberatorio per il soggetto-personaggio a cui viene data la possibilità di riparare la frammentazione identitaria dovuta a quel proliferare di narrazioni nelle quali si trova a rivestire svariati ruoli o funzioni. I tanti “Pinocchi” assolvono una funzione catartica nei confronti della pluralità soggiacente nell’individuo: le avventure parallele del burattino consentono di portare qualità e caratteristiche minoritarie in uno spazio narrativo nel quale, acquistando peso e autonomia, possono essere impiegate come tratti primari ed espletati con coerenza e finitezza.

Gli ingranaggi del meccanismo tra i quali Pinocchio-personaggio si muove sembrano localizzarsi in un mondo plurinarrativo in cui il “se vuoi puoi” diviene regola: è possibile accedere a qualsiasi mansione, ambire a qualunque ruolo, raggiungere luoghi lontani e diventare genitori, fratelli, mariti in antitesi con l’interpretazione marxista di Asor Rosa che nella fissità delle funzioni con cui si concludono le avventure del burattino vede un fallimento delle possibilità migliorative del percorso di formazione intrapreso dal protagonista (Geppetto resta intagliatore e nulla lascia presagire che Pinocchio avrà accesso ad un salto sociale).

Le “Pinocchiate” diventano quindi zone franche per il soggetto-personaggio che può soddisfare la sua molteplicità, riducendo in questo modo anche il suo grado di alterità rispetto al catalogo di realizzazioni di sé accessibile a chi ha già forma umana. Al contempo, però, la natura contingente di queste produzioni le rende transitorie e trascurabili rispetto alla durabilità della storia principale alla quale non sopravvivono, relegando così la possibilità di riunificazione identitaria del protagonista alla breve stagione di questo sottogenere letterario.

La meteora delle “Pinocchiate”, benché si presenti come un’esperienza narrativa conclusa e sterile sul lungo periodo, testimonia comunque la ricchezza e potenzialità del burattino animato immaginato da Collodi, i cui tratti essenziali e ricorrenti sono sempre attuali e attualizzabili grazie al suo potere trasformativo che lo rende, all’occorrenza, personaggio o “persona”.

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