In una storia, la posta in gioco consiste in ciò che il personaggio rischia di perdere per realizzare il proprio cambiamento in termini di affetto, relazioni, potere, posizione sociale, identità. La posta in gioco determina la temperatura del conflitto, l’urgenza, lo stress emotivo che grava sui personaggi di una storia. Cosa cambia nel personaggio e nel mondo in cui vive se non dovesse riuscire a conquistare ciò che si prefigge (amore, benessere, equilibrio mentale)? 

Il cambiamento interiore comporta sempre delle rinunce e un prezzo da pagare. A cosa saprà davvero dire di no un personaggio per favorire la propria trasformazione e giungere a un nuovo livello di consapevolezza? Maggiore è la posta in gioco, maggiori sono i dilemmi che dovrà affrontare, maggiore la portata del cambiamento in atto.

In Midnight in Paris, di Woody Allen, premio Oscar alla sceneggiatura, il protagonista, Gil Pender (Owen Wilson) è uno sceneggiatore di Hollywood il cui obiettivo esterno e consapevole è esplicitato in modo insospettabile fin dalle prima battute di dialogo, su schermo nero. Gil vuole mollare la vita degli studios, sposarsi con la fidanzata Inez (Rachel McAdams) – un’attraente ragazza bionda, di famiglia borghese e conservatrice – per trasferirsi a Parigi e scrivere romanzi.

GIL

È incredibile. Al mondo non esiste una città come questa. E mai è esistita. Immaginati questa città

quando piove. Sarebbe bella da morire.

INEZ

Cosa c’è di bello nell’essere bagnati?

GIL

Io vorrei vivere qui, scrivere romanzi e non essere costretto a scrivere sceneggiature per film. Rinuncerei subito alla casa a Beverly Hills, alla piscina e a tutto il resto in un secondo. Potremmo, se il mio romanzo avesse successo.

INEZ

Sei innamorato di una fantasia.

GIL

Sono innamorato di te.

Il doppio senso in questione – cosa c’è di bello nell’essere bagnati – non è solo un’allusione sessuale, di cui Woody Allen è maestro indiscusso, ma è un passaggio di senso sottilissimo e insieme un architrave strutturale, in un film che parla di fertilità.

In una certa misura siamo tutti Gil Pender, convinti di sapere esattamente cosa vogliamo, ma senza la forza di rinunciare davvero a qualcosa, siano essi una moglie bellissima o abitudini incancrenite in cui ci riconosciamo.

Gil dichiara a cos’è disposto a rinunciare: alla casa a Beverly Hills, alla piscina. Non sa ancora che sopra tutto dovrà rinunciare proprio a Inez, perché con Inez quel tipo di vita sarebbe relegato per sempre al mondo della fantasia. Ecco il fatal flaw di Gil: vivere costantemente nella fantasia senza rendere il sogno concreto.

Per Gil la chiamata arriva dopo una noiosa cena con la moglie, i ricchi e tronfi genitori di lei e l’incontro con una coppia di amici, ricchi e tronfi anch’essi. Mentre gli altri vanno a ballare, il protagonista si ritrova a passeggiare da solo per le magiche vie parigine. Una macchina d’epoca incrocia il suo cammino e i personaggi letterari della Parigi che Gill sogna di abitare lo invitano a salire. Inizia un’avventura che lo porterà a conoscere i suoi miti: Francis Scott Fitzgerald, Pablo Picasso, Salvador Dalì e i suoi mentori Gertrude Stein e Ernest Hemingway. 

Ogni notte Gil vive il proprio sogno, per poi tornare alla vita ordinaria, in cui la vacanza con la futura sposa ha risvolti schizofrenici, perché conciliare sogno e realtà è un’impresa impossibile. Il protagonista realizza che non può continuare a vivere il proprio sogno solo di notte, ma deve avere il coraggio di calarlo nella vita reale e fare in modo che coincida con essa (need); l’alternativa è rinunciarvi del tutto, chiudere il romanzo nel cassetto e tornare a Hollywood per sempre. 

I personaggi delle grandi storie non possono accettare il compromesso. Il prezzo da pagare per ottenere l’intera posta in gioco è la rinuncia a uno stile di vita agiato, una futura moglie invidiabile, suoceri ricchi, un lavoro creativo e lautamente retribuito. L’approssimazione del sogno, però, non è il sogno. E l’accettazione di quello status sarebbe fonte di infelicità perenne. La posta in gioco per Gil è la rinuncia alla propria realizzazione, anticamera dell’infelicità.  Il prezzo da pagare è la rinuncia totale e indiscriminata a uno status, ma anche all’utilizzo di comodo del mondo dei sogni come rifugio.

Vivere davvero il sogno implica un rischio, un salto nel vuoto – l’abbandono delle certezze – e per realizzarlo il protagonista deve essere disposto a perdere tutto. Durante il percorso capirà che la vita del sogno è bellissima, ma in ultima analisi non fa che alimentare il desiderio di fuggire dalla vita ordinaria senza mai essere realizzato appieno. Questo lo porterà a compiere la scelta finale, a rischiare il tutto per tutto per far coincidere realtà e sogno ed essere finalmente felice. Il destino lo premierà, perché allo scoccare della mezzanotte, su un ponte, inizierà a piovere e Gil incontrerà Gabrielle, che, dopo aver accettato di passeggiare con lui sotto la pioggia, dirà, ribaltando, con l’umorismo sottile di cui Woody Allen è genio assoluto:

Non mi importa di bagnarmi.

Gil è chiamato alla rinuncia del desire in funzione del need, rappresentato dall’unione con una donna fertile, vicina al suo Sé profondo. Un intero arco di trasformazione in una piccola variazione sul tema. La felicità passa dall’ I DONT’ LIKE iniziale all’I DON’T MIND finale.

Ecco il nostro video-essay. A cura di Filippo Losito e Francesca Fattorini. Seguici sul nostro canale YouTube

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