Di Daniela Mangini – counselor, giornalista e copywriter. 

Un’anima discola che non vuole uscire. L’eterna lotta del narcisista che è l’infinita battaglia di tutti noi. Piccola arringa sul diritto all’imperfezione, prima dell’incontro con Claudio Widmann.

Cosa ci muove? Qualcuno se lo chiede quotidianamente, altri non si sono ancora fatti questa domanda, altri non hanno nessuna intenzione di porsela. E il mondo funziona, forse, proprio perché ospita tanta varietà. L’arte di Collodi è stata quella di affrontare la questione del nostro invisibile motore da angolazioni diverse, declinandola secondo meccanismi narrativi talmente sofisticati da riuscire a darle la forma di una favola apparentemente banale, forse la più didascalica. Invece, come per ogni cosa che si voglia nascondere bene, il mistero viene messo sotto il naso. Nel burattino di legno siamo nascosti noi, il nostro potere di trasformazione personale e il faticoso incontro con la paura di morire, quella che ci permette di vincere la paura di vivere.

Tra i personaggi e gli eventi che sembrano scritti per insegnarci a fare i bravi, sfilano in maniera sottile principi quasi rivoluzionari, come l’idea che solo grazie all’energia narcisistica possiamo accendere scintille di cambiamento, anche negli altri. Nasciamo con la convinzione che il mondo sia stato creato solo per noi e sperimentiamo con avida curiosità fino a inciampare in tutte le trappole: l’arroganza che ci separa dagli altri, l’illusione che ci dà l’alibi per non agire, la pigrizia che ci fa desiderare il piacere ed evitare il dispiacere, ma che ci porta poi su un’inutile giostra da cui non riusciamo più a scendere.  Siamo un po’ automi, simulacri di sentimenti, come potrebbero essere i robot o gli esseri sintetici raccontati dalla serie Humans, ma siamo anche burattini, mossi a volte più dai fili dei difetti cognitivi che da altro. Da elementi che traducono euristiche efficienti in trappole che ci potrebbero imprigionare per sempre. L’istinto, anche quello che attingiamo dall’inconscio collettivo, è forse simile all’oro alchemico, quando riesce a essere ripulito da paure e pregiudizi. Per avventurarsi e completare questo percorso di trasmutazione verso quella che, meno mistericamente, potremmo considerare empatia con il mondo, serve molta passione. Passione intesa nel suo aspetto bifronte: impulso vitale e dolore. Ma d’altra parte come si può arrivare agli altri se non attraverso la compassione, se non tramite l’unione della mia esperienza con quella altrui? Questo, sia chiaro, se non ci si accontenta di essere un simulacro, mosso in maniera meccanica senza senso e direzione, secondo un perpetuo e perverso girone che, se compulsivo, diventa infernale.

Ci capita di incontrare Pinocchio sempre più spesso, e di giudicarlo a volte troppo severamente. È divertente la diagnosi che Claudio Widmann fa del personaggio: “Disubbidiente e svogliato, dimostra scarso interesse per lo studio e un dichiarato rifiuto al lavoro, ha difficoltà ad assumersi impegni e ad attenersi alle regole sociali. (…) il ragazzo mostra anche una certa inclinazione a mentire e una ricorrente tendenza a esporsi a pericoli”. Nell’aridità del DSM-5 il protagonista della nostra storia verrebbe incasellato nel Disturbo Narcisistico di Personalità. Chi di noi non ha visto la propria bacheca riempirsi di articoli che tentavano di spiegare questa caratteristica, che siamo soliti attribuire a chi ci è intorno (mai a noi) e che è diventata causa di tutti i mali. Ma se così non fosse?

Se quella terribile testa di legno ci costringesse a specchiarci nelle nostre pulsioni puerili, quelle che moltiplicano le nostre energie con una spinta un po’ ingenua, ma per questo libera e liberatoria? E mentre noi, grazie a quella spinta un po’ insolente, siamo capaci di un salto quantico esistenziale, Pinocchio-Narciso è costretto invece a rimanere uguale a sé stesso, desiderando di essere come gli altri, ma impossibilitato a farlo per mancanza di prospettiva o di coraggio. Forse dovremmo essere grati verso chi fatica a crescere, perché si fa custode di un’energia a cui tutti, in diverse fasi della vita, pretendiamo egoisticamente di poter attingere, sentendoci però migliori, vampiri inconsapevoli che succhiano l’identità del buono, senza però lasciare niente in cambio.

Chi sarebbe Geppetto senza la scintilla di vita di quel ciocco di legno? Con chi potrebbe sfogare la sua logorrea il Grillo parlante? Vogliamo parlare del senso di inutilità della Fata Turchina se tutti avessero la speranza come dote innata? La speranza è forse (seconda ipotesi, visto che non siamo iniziati all’alchimia) l’oro che proviene dal piombo dell’illusione. Dubbi, tanti dubbi. Perché ogni fiaba, come ogni archetipo, è un centro di attrazione e potenziamento di quelle piccole scintille che sentiamo muoversi disordinate e a cui vogliamo riuscire a dare ordine e forma. E ogni osservatore mette un po’ del suo, in questo processo. Solo così possiamo flirtare con infinite verità.

Se cercate sul web, troverete riferimenti che legano il nome Pinocchio alla ghiandola pineale, una parte considerata di scarto del nostro cervello, e che invece Cartesio considerava centro dell’anima. Possiamo allora suggestionarci seguendo le scoperte degli scienziati svedesi dell’Università di Lund sul “DNA spazzatura” come elemento che ci distingue dagli scimpanzé… Ma, di nuovo, stiamo usando favole per produrre le verità che ci piacciono: ciò che rischiamo di scartare (come il ciocco di legno accantonato in un angolo di cui parla Collodi) può rivelarsi il nostro migliore potenziale.  Per questo aspettiamo l’incontro con Claudio Widmann, che ci farà viaggiare tra i simboli che uniscono inconscio e coscienza in maniera più puntuale, più certa, sollevando strato dopo strato i nostri preconcetti e facendoci guardare come piccoli demiurghi di noi stessi, perché siamo anche un po’ Geppetto.

Amare Pinocchio può non essere  facile, ma vale la pena provarci.

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